giovedì 16 gennaio 2014

La storia dei cellulari



Il dipolo hertziano



Sul finire del 1800, un giovane fisico tedesco chiamato Heinrich Rudolph Hertz, fece una scoperta fondamentale, nella storia della fisica: incuriosito dagli studi e del famoso esperimento di Albert Abraham Michelson, in cui si dimostrò matematicamente che l’etere non esisteva affatto, Hertz intuì che le onde elettromagnetiche potevano viaggiare liberamente nell’aria, rimbalzando sull’atmosfera ionizzata.
Per provare materialmente tutto ciò, il geniale tedesco costruì quello che è da molti considerato il primo abbozzo di antenna del mondo, il famoso dipolo hertziano.
Purtroppo, dopo poco, il geniale scienziato morì prematuramente, a soli 36 anni, per una brutta infezione renale, e non poté quindi approfondire la sua scoperta.
La strada che stava aprendo alla comunicazione per mezzo di onde radio, comunque, era ‘nell’aria’ (è proprio in caso di dirlo): grazie all’intuizione di Hertz, di lì a poco altri geniali scienziati sarebbero riusciti a manipolare le onde elettromagnetiche, per scambiare informazioni.

Eravamo radiofrequenze: Guglielmo Marconi e la nascita della radio


Leggendo i risultati degli esperimenti di Hertz, un giovanissimo ‘smanettone’ italiano (di mamma irlandese) chiamato Guglielmo Marconi, appassionato di elettricità e di fisica, riuscì a far ‘squillare’ un campanello da una parte all’altra di una stanza, semplicemente premendo un comune tasto telegrafico. Il tutto, senza fili.
Impressionato da questo portento, il padre del giovane Guglielmo li elargì qualche soldino, per permettergli di comperare altro materiale, necessario ai suoi esperimenti.
L’8 dicembre del 1985, data considerata ‘storica’ negli annali della radiocomunicazione, Marconi riuscì a far suonare il campanello molto più lontano, addirittura oltre la collina della sua casa, Villa Griffone.


Nel contempo, è bene precisarlo, anche il geniale Nikola Tesla era riuscito in qualcosa di simile, a West Point negli Stati Uniti.
Avendo bisogno necessariamente di ingenti capitali per proseguire nei suoi esperimenti, Marconi si rivolse all’allora Ministro delle Poste e Telegrafi italiano, l’On. Pietro Lacava, spiegandogli nel dettaglio la sua invenzione, che avrebbe potuto cambiare per sempre il concetto stesso di comunicazione.
Per tutta risposta, il Ministro lo liquidò come un pazzo totale (gli scrisse testualmente “alla Longara”, alludendo al famoso manicomio di Via della Lungara, a Roma). 
Passano i tempi, cambiano i governi, ma la miopia della classe politica italiana, a volte purtroppo rimane.

Fortunatamente, essendo in possesso anche della cittadinanza britannica, Marconi si trasferì nel Regno Unito, dove trovò gente ben più interessata alla sue scoperte.
Avendo trovato i finanziatori che cercava, Marconi cominciò a brevettare le sue invenzioni, e a dar pubblici esperimenti delle potenzialità della comunicazione senza fili.
Nel 1897, fonda la Marconi Wireless Telegraph Company, ed effettua la prima trasmissione senza fili di considerevole portata nel 1898, superando i 51 chilometri del canale della Manica.
Convinto che le onde elettromagnetiche potessero aggirare la curvatura della Terra per mezzo del 'rimbalzo' sull’atmosfera (ipotesi poi rivelatasi corretta), nel novembre del 1901 Marconi fece costruire in Cornovaglia una grande antenna di 130 metri, per poi imbarcarsi per la Terranova canadese.
Il 12 dicembre dello stesso anno, furono in un lampo superati i 3.000 chilometri che dividevano i due posti, e fu effettuata la prima comunicazione transoceanica del mondo
Dopo circa due decenni dal giorno di quell’esperimento, le radiocomunicazioni avevano soppiantato quasi totalmente il telegrafo.
Grazie ai brevetti di Marconi, le industrie cominciarono a produrre su scala mondiale ricevitori e trasmettitori, aprendo la ‘radio’ all’uso comune, che tutti ormai conosciamo.

Guglielmo Marconi morì nel luglio del 1937 a Roma: ormai ricchissimo e famosissimo, l’allora Governo fascista decretò i funerali di Stato e, in onore al suo operato, le stazioni radio di tutto il mondo interruppero nello stesso momento le trasmissioni per due minuti.

Martin Cooper e l’inizio della radiofonia cellulare per le masse


A soli 30 anni dalla morte di Guglielmo Marconi, il mondo era cambiato enormemente: i transistor e l’informazione automatica avevano cominciato la loro lunga ed inarrestabile escalation mondiale, mentre ormai le onde radio erano usate per scambiate qualsiasi genere di informazione.
Nel mondo ormai post-industrializzato, un’inventore americano chiamato Martin Cooper, all’epoca impiegato della Motorola, il  3 aprile del 1973, dopo oltre undici anni di ricerche e sperimentazioni, effettua la prima chiamata cellulare della storia.
Il posto era la città di Nuova York, ed il telefono usato si chiamava Dyna-Tac; pesava quasi un chilo e mezzo, aveva una batteria dalla durata massima di 30 minuti, ed impiegava oltre 10 ore per ricaricarsi completamente.


Anche se tecnologicamente improponibile, anche per gli standard dell’epoca, il Dyna-Tac fu importante per un concetto fondamentale: per la prima volta nella storia, una chiamata non raggiungeva ‘un luogo’, ma una ‘persona’.
Su questo non immediatamente palese fondamento, si basa tutta la telefonia mobile, per come noi la conosciamo.
Comunque sia, da quel giorno, gli investimenti e l’interesse per la tecnologia a celle radio crebbe esponenzialmente, fino al boom che ci fu nella prima metà degli anni ’90, quando la rete GSM divenne lo standard de facto mondiale, appannaggio di pressoché tutta la popolazione del globo.

La rete RTMI e la rete RTMS

Nel 1973, quando ancora in Italia gli investitori spendevano soldi per sperimentare ed innovare, la SIP (vecchio nome di Telecom Italia) attivò la prima rete per telefonia mobile del Paese: è Radio Telefono Mobile Integrato, RTMI in acronimo.
Era una rete analogica, lavorava sulla banda dei 160 Mhz, in 32 canali (bidirezionali).
Aveva una capienza d’utenze ridottissima, paragonata a quella GSM/UMTS/LTE di ora: solo 5000 connessioni. Le prime zone coperte, Milano e Roma, con particolare riguardo per le zone prettamente industriali e commerciali.
Oltre al numero di utenze veramente esiguo, aveva anche una serie di altre limitazioni che la rendevano costosa ed estremamente macchinosa nell’utilizzo.
Tra le tante, l’impossibilità di chiamare il numero dell’utenza mobile desiderato in maniera diretta, ma passando forzatamente presso un centralino, a cui si doveva indicare sia numero mobile e, sembra assurdo ora ma così un tempo non era, la posizione della cella radio dove si era agganciata l’utenza da noi desiderata. Che dire… Semplice!
I cellulari per questo tipo di rete, erano tutt’altro che ‘portatili’:erano infatti veicolari, in quanto la dimensione degli stessi, poteva tranquillamente riempire il bagagliaio di una macchina…

Sebbene rete così limitata, dagli altissimi costi e dalle certo non popolari caratteristiche, la RTMI fu comunque un successo: dopo alcuni anni dalla sua costruzione e vendita, il numero degli abbonati (principalmente, uomini d’affari ed industriali) aveva quasi saturato tutte le utenze disponibili.

Nel 1979, praticamente tutta la rete era già satura, e SIP dovette correre ai ripari.
Dopo circa 5 anni di progettazione ed implementazione, vide la luce l’evoluzione della RTMI, ovvero la RTMS (Radio Telephone Mobile System).
Progettata per reggere circa 40.000 utenze, si dimostrò subito sotto-dimensionata, tanto che solo un anno dopo l’entrata in servizio, si dovettero avviare di gran carriera lavori di ampliamento, visto che le utenze avevano già oltrepassato il massimale.

In realtà, la rete RTMS aveva dei limiti strutturali voluti, in quanto si pensava fosse una rete di ‘ponte’, in attesa di avviare in tutta Europa una grande, e definitiva, rete digitale, al massimo entro il 1994.
Cosa che poi effettivamente avverrà (diverrà la rete GSM), ma che non sarà di facile implementazione, e che richiederà un ulteriore passaggio ‘intermezzo’.

La rete TACS e la prima diffusione dei telefoni mobili


Sul finire degli anni ’80, in Europa la rete cellulare era usata ancora da pochissima gente, e per una serie di ottimi motivi:

- Gli apparecchi in commercio erano costosissimi;
- Gli stessi apparecchi, erano ingombranti e dai costi di mantenimento esagerati;
- I ripetitori per le celle radio erano scarsi e, specie nei Paesi dove le distanze enormi sono un problema, la ricezione era pessima, quando non assente del tutto;
- Non si capiva il motivo per cui una persona normale, che non fosse stata un banchiere, un politico od una rockstar, avesse dovuto aver l’esigenza di un telefono mobile;

Quest’ultimo punto, ora a leggerlo fa sorridere… Come cambiano i tempi.

Nonostante ciò, la prima rete cellulare analogica in Italia aveva riscosso un ottimo successo, tanto che sul finire degli anni ’80 del 1900, la SIP si trovava con una RTMI ormai quasi sovraccarica, che necessitava non solo espansioni (non sarebbero mai bastate, per gli stessi limiti costruttivi della rete), ma di un rifacimento totale.
Vista l’impossibilità tecnica di passare ad una rete totalmente digitale in brevi tempi, la SIP pensò di adottare anche in Italia la tecnologia TACS (analogica), che aveva già dato ottimi risultati in Inghilterra, dove era stata per prima idealizzata e sperimentata (e poi ovviamente commercializzata).
La rete poi aveva il grande vantaggio di essere implementata, senza grossi problemi, anche in Spagna, Austria ed Irlanda.
La TACS quindi arrivò in Italia nel 1990, e subito seppe imporsi, anche grazie ad un ottimo lavoro di marketing della Telecom, in un grande successo.

Sebbene infinitamente più performante della RTMI, la TACS era una rete con molte limitazioni, soprattutto sulla capacità di banda, che rendeva quindi decisamente limitato il numero di chiamate veicolabili su ogni stazione radio, e forniva esclusivamente il servizio di fonia
All’epoca la maggiorparte della gente ignorava cosa fosse un SMS oppure un’email, e forse era un bene, visto che la rete TACS non avrebbe potuto comunque offrigli nessun servizio del genere. 
Ancora, ogni telefono TACS aveva un codice identificativo (da non confondere col moderno IMEI) estremamente facile da clonare ed il che, unito anche al fatto che la rete non aveva nessuna forma di cifratura, poteva far intercettare le chiamate anche con una banalissima radio per radioascolto

Nonostante tutte le limitazioni della rete, la tecnologia di miniaturizzazione degli apparati radiomobili fece passi da gigante, e nel 1989 Motorola presentò l’erede più o meno ufficiale del Dyna-Tac: il famosissimo MicroTAC, vero e proprio ‘pezzo da novanta’ dell’epoca.
Finalmente maneggevole e veramente leggero per i tempi, il MicroTAC è decisamente il primo telefono cellulare ‘usabile’ dalla gente, anche per via del prezzo (circa 2.500.000 di Lire, nel 1991. Costo alto, ma non impossibile per un professionista) e di un’eleganza nel design che era pregevole, all’epoca .
Dotato nelle prime produzioni di un display LED, fu poi dotato di un più funzionale display LCD.
Fu migliorato e modificato molte volte da Motorola nel corso degli anni, e fu adattato anche alla nuova rete GSM.
L’ultima evoluzione, il MicroTAC 8200, fu commercializzata nel 1998, rendendo la serie tra le più longeva nella storia della telefonia mobile.
Nel 1993, in Italia venne modificata la rete TACS, introducendo la nuova ETACS, che migliorava notevolmente le frequenze totali utilizzate (si passò dai 400Mhz ai 900Mhz).
Alla fine del 1993, In Italia si contavano circa 120.000 utenze totali, gestite dalla SIP.

Global System for Mobile Communications


Mentre quasi tutto il mondo industrializzato aveva le (poche) utenze collegate con il sistema TACS (AMPS negli USA), nel 1989, in Finlandia, la compagnia Radiolinja fu la prima a fornire un servizio nuovissimo, i cui standard erano stati da poco tempo certificati dal consorzio 3GPP (3rd Generation Partnership Project): era la prima rete digitale del mondo, la rete GSM (Global System for Mobile Communications).

Tale rete, totalmente digitale, introduceva diverse migliorie, rispetto all’analogia TACS, ed erano:

- Comunicazione totalmente digitale, per l’appunto;
- Interoperabilità internazionale (con roaming);
- Cifratura delle comunicazioni;
- Compressione dati;
- Nuovi servizi possibili, non necessariamente di fonia (SMS, email, scambio dati in generale)

A tutto ciò, si deve aggiungere un concetto importante, da molti non ancora ben compreso: la rete GSM non segue il dispositivo, ma l’utente.
E questo, grazie alla disconnessione dispositivo-uomo, attuata dalla scheda SIM, che funziona da identificativo.
È una caratteristica importante: grazie a questa differenza fondamentale con la rete TACS, lo standard GSM permette una flessibilità d’utilizzo tutta nuova, nelle telecomunicazioni mobili.
L’utente non è più identificato da un dispositivo, ma è per l’appunto un utente, che è libero di cambiare cellulare quando e come vuole.
Tutto ciò sarà una delle chiavi del successo del GSM.

La rete GSM arriva in sordina in Italia nel 1993, e viene commercializzata nel 1995. Anche grazie ad una colossale operazione di marketing di Telecom Italia (che da poco ha abbandonato il vecchio nome SIP), i cellulari GSM cominciano ad essere estremamente popolari.
Nello stesso periodo, anche la neo-nata Omnitel (diventerà in seguito Vodafone Italia, dopo l’acquisizione del gigante internazionale delle telecomunicazioni) comincia a vendere le sue offerte GSM.
Tale successo del GSM, inarrestabile, continuerà spedito senza soluzione di continuità, e si arriverà al 2013 ad avere la cifra spaventosa di 64.000.000 (stimata) di utenze telefoniche mobili in tutto il Paese.
Su una popolazione di 60.000.000 di abitanti, è un numero che fa impressione: dopo la Cina (Hong Kong, per la precisione), l'Italia è il secondo Paese al mondo con la più alta concentrazione di radiotelefoni mobili... Circa 109 ogni 100 abitanti!
Se si considerano comunque anche le utenze mobili solo dati (per esempio, le SIM per tablet), il numero potrebbe aumentare anche del doppio, mentre è attualmente impossibile quantificare quanti dispositivi sono attivi nel Paese: è probabile che ve ne siano oltre 140.000.000, ma è per l’appunto solo una stima.


L’impero Nokia: ascesa e caduta del gigante del nord


Nel 1992, un finlandese chiamato Jorma Ollila, presidente della compagnia di forniture elettriche ed elettroniche Nokia, decise di cambiare rotta all’azienda, e incentrare il ‘core business’ del gruppo su un settore tutto nuovo, eppure dal futuro promettente: la radiocomunicazione mobile.
L’azienda aveva già molta esperienza nel settore, ed aveva già sviluppato e prodotto alcuni esemplari nel passato, ma il settore non era il suo modello di business principale, che rimaneva comunque la fornitura elettronica per radiotrasmettitori (ed anche calcolatori).
Questa scelta di cambiare quasi totalmente settore, almeno per vent’anni, si rivelerà vincente: Nokia diverrà infatti la prima azienda mondiale di cellulari, raggiungendo, nel periodo d’oro, qualcosa come il 40% di tutto il settore del mercato.

I telefoni Nokia dei primi anni ’90, benché strozzati dalle limitazioni tecnologiche dell’epoca (in particolare, delle enormi batterie al Ni-MH), sono ottimi dispositivi: la loro solidità è impressionante, così come la loro ricezione.
Il design poi, risulta sempre estremamente curato, ed una serie di piccole e grandi innovazioni vengono gradualmente proposte al pubblico.
Il livello qualitativo dei prodotti Nokia aumenta sempre di più col passare degli anni, e l’azienda vede le sue quote di mercato salire sempre di più, in un mercato che sta comunque per esplodere.
Alla fine degli anni ’90, Nokia se la batte alla pari con Motorola, inseguite da Ericsson, per il monopolio pressoché totale delle telecomunicazioni mobili.

Beffardamente, raggiungerà la vetta sul finire degli anni 2000, ma sarà una vittoria di Pirro, in quanto l’apice coinciderà anche con la sua (quasi) scomparsa dal mercato.

Nel 1996, Nokia stupisce il mercato con un cellulare d’altissima fascia, ultra-compatto e dal design eccezionale: è l’8110, che si rivelerà essere tra i più popolari della casa finlandese, tanto da comparire in numerosi film (epica la sua ‘comparsa’ nel celeberrimo “The Matrix” del 1999), spot televisivi e compagnia bella.


La tastiera è protetta da una scocca a scivolo (chiamata ‘slider’) che viene estratta in fase di chiamata: sarà un’innovazione considerevole, e sarà copiata da tante altre case produttrici.

Importante per la Nokia, e per tutta la telefonia, è l’anno 1998.
Viene presentato e commercializzato un telefono destinato a cambiare un po’ tutta la produzione mondiale: il Nokia 5110.


Compatto (per l’epoca), ad antenna fissa, con ampio display monocromatico, un’ottima batteria Ni-MH da 900 mAh, aveva la caratteristica, unica per i tempi, di poter esser cambiato nell’aspetto, sostituendo la cover in plastica.
Dai consumi ridottissimi (una carica completa della batteria poteva durare anche una settimana, con un uso razionale), fu un successo senza precedenti soprattutto tra i giovani, anche per via del suo prezzo decisamente accessibile.
Nel 1999 circa, si poteva acquistare nei negozi italiani per meno di £ 300.000: una cifra senz’altro di tutto rispetto, ma alla portata dei ragazzi dell’epoca (con qualche risparmio, magari).

Per tutti gli anni ’90 quindi, e per buona parte degli anni 2000, Nokia regnò praticamente senza veri concorrenti al suo livello.
Anche fondendosi assieme, in una holding dalle prospettive invitanti, Sony ed Ericsson non riuscirono mai a divenire un concorrente serio per Nokia; e neppure Motorola, che comunque aveva piazzato ottimi colpi come il famosissimo StarTAC e il V3690 (dalle misure veramente ridotte), poteva tenere il passo del gigante nordico.

All’apice del successo, nel 2004 circa, Nokia comincia ad inanellare una serie di scelte disgraziate che la porteranno ad essere, in pochissimi anni, da primatista a fanalino di coda del mercato.

Molti i motivi del gigantesco fallimento della top-company, ma senz’altro si possono annoverare, tra i principali (non in ordine di importanza, si badi):

  • Fiasco completo del telefono-console da gioco N-GageNokia investì moltissimo in questo progetto, che all’epoca sembrava vincente. Si tramutò in un autentico fiasco, anche perché dovette scontrarsi direttamente con un osso duro, troppo duro anche per Nokia: la Nintendo e le sue popolarissime console portatiliLe modestissime vendite della console, quasi 3 milioni in tutto il mondo, non riuscirono mai a coprire i costi di sviluppo e produzione. Furono rilasciati un totale di 58 titoli di gioco per il sistema N-Gage: molti di questi titoli, erano pessimi porting, oppure giochi veramente scadenti;
  • Linea di produzione esageratamente elevata nell’offerta, con molti dispositivi o in aperto contrasto tra di loro, oppure in perenne ‘cannibbalizzazione’. Alla fine del 2006, Nokia aveva in catalogo qualcosa come 60 telefoni cellulari; questo creava estrema confusione tra gli utenti, anche per via del vizio di Nokia di dividere i prodotti in base a lettere e numeri, soprattutto se si considera che molti cellulari avevano caratteristiche simili, per non dire uguali. Ancora, l’uscita di 3-4 modelli ogni sei mesi, non faceva che aumentare l’offerta, e la confusione generale;
  • Sistema Operativo scelto dall’azienda non così esaltante, anzi… Decisamente obsoleto. Lo storico Symbian, nel 2006, era diventato ormai un po’ 'troppo storico’, per le esigenze delle utenze. Nokia non si è mai curata troppo nello sviluppare un Sistema proprietario, e ha acquistato totalmente Symbian per una cifra troppo elevata, e troppo in ritardo. Questo, mentre altre case si erano già premunite con un piano di emergenza;
  • Incapacità di vedere la profonda e rapidissima trasformazione che la Apple aveva imposto al mercato presentando il primo iPhone. Nokia considerava l’ingresso della Apple nel suo campo di lavoro ‘irrilevante’, e i suoi dirigenti non ritenevano l’avvento di iPhone (e degli smartphone in generale) una cosa che sarebbe uscita da una nicchia ben specifica del mercato;
  • Accordo-capestro con Microsoft. Sull’orlo del fallimento, quando ormai era troppo tardi per attuare qualsiasi tipo di contrattacco, e senza un Sistema Operativo su cui fare affidamento, Nokia scelse il male maggiore: affidarsi completamente alla Microsoft, ed al suo Windows Phone. Fu un errore fatale per Nokia, ed un’occasione irripetibile per Microsoft;
  • In generale, pessima gestione della posizione dominante, con molti soldi spesi malissimo, ed investimenti fatti ancora peggio

Al 2012, Nokia aveva perso qualcosa come oltre il 20% della sua quota di mercato, scivolando verso il 24% circa totale.
Nel 2013, è arrivata ad un inglorioso 3% circa, su base mondiale.
La resa totale è avvenuta nel maggio del 2013, quando l’azienda finlandese ha deciso di vendere tutto il suo settore telefonico (inclusi i suoi innumerevoli brevetti) a Microsoft, per una cifra di oltre 7 miliardi di dollari.
Sembrano tanti, ma l’azienda, nel periodo d’oro quando aveva quasi il 50% delle quote di mercato, fatturava qualcosa come 10 miliardi di dollari l’anno.
Un anno prima, nel 2012, anche la rivale ‘storica’ di Nokia, la Motorola veniva fatta a pezzi e comperata da Google, per circa 12 miliardi di dollari.

La rivoluzione Apple e l’ascesa degli smartphone



Nel 2004, mentre Nokia dominava più o meno incontrastata il mercato mondiale, avendo uno share-market di quasi il 50%, Steve Jobs, storico fondatore e CEO della Apple, decise che era il momento buono per tirar fuori dal cassetto una vecchia idea, che da tempo gli ronzava per la testa, ma che non aveva mai potuto realizzare, occupato com’era a rilanciare l’immagine della Apple.
Mise i suoi tecnici ed ingegneri al lavoro e nel gennaio del 2006, dopo svariate voci di corridoio, presentò in anteprima quello che sarebbe diventato, col senno di poi, l’emblema del nuovo corso della telefonia (e anche dell’informatica, per dirla onesta) mondiale: Apple iPhone.

Sebbene dotato di un hardware non così eccezionale, il telefono era concettualmente vincente, e la sua venuta fu come un meteorite nel settore di mercato, che all’epoca già si era decisamente saturato, ed offriva ben pochi margini di errore, per le aziende.

I punti forti di iPhone, che lo elevarono a standard e fecero partire l’era degli smartphone, sostanzialmente erano:
  • Ampio e luminoso display LCD da 3,5”, con digitalizzatore capacitivo;
  • Assenza totale di tastiera, e presenza degli altri tasti fisici ridotta al minimo: solo quattro, di cui solo uno usato intensivamente (il tasto home);
  • Design curato, peso e dimensioni contenute;
  • Sistema Operativo dedicato, derivato da Mac OS X, e relative applicazioni, che lo facevano somigliare molto più ad un palmare avanzato, piuttosto che ad un telefono convenzionale;
  • Prezzo elevato, ma coerente con la media. Non era economico per nulla, ma non era neppure così caro, considerando che i modelli di punta di Nokia e Motorola, avevano prezzi anzi maggiori.
  • Idea vincente di implementare la piattaforma di distribuzione iTunes Store e successivamente, il nuovo negozio digitale App Store, stavolta per le applicazioni di terze parti

Nell’arco di pochissimo tempo, iPhone aveva già dettato legge nei Paesi in cui era stato commercializzato (gli USA e pochi altri Stati europei), ed il cambio di passo era ormai uno stato di fatto: l’era della iper-connettività mobile era iniziata.
Con iPhone 3G, commercializzato nel 2008, Apple invade il mercato mondiale, e viene immediatamente seguita da Samsung: nasce l’era degli smartphone.
Con un po’ di supponenza da posizione dominante, Nokia non riesce a vedere il cambiamento repentino del mercato, non si rinnova ed in pochi anni è tagliata fuori dalla lotta.
Google comincia a rifornire i produttori del suo OS mobile, derivato dal kernel Linux, ovvero Android: il mercato così viene invaso, in brevissimo tempo, da centinaia di dispositivi di svariate marche, dal super-economico all’alta fascia.
Nel 2009, c’è il sorpasso delle connessioni mobili su quelle desktop: è la conferma del cambio di rotta, irreversibile.
La famosa rivista Wired bolla il web ‘desktop’ come ‘morto’ e, in soli tre anni, si assiste ad una rivoluzione totale di usabilità e grafica di tutti i siti del mondo: ormai, le versioni per dispositivi mobili sono le più visitate, e diventano quindi le strutture fondamentali, di un generico dominio.
Le connessioni a banda larga, grazie a UMTS e poi, successivamente, ad LTE (unite alla grande diffusione del Wi-Fi), diventano il core-business degli ISP mondiali.
I dati vocali si scambiano in larga misura su protocolli VoIP, e Microsoft investe quasi 10 miliardi di dollari per rilevare il gigante multi-piattaforma del settore, Skype.
Anche i messaggi di testo, sono dominati dai client simil-chat, aggirando così i limiti di SMS.
Uno dei leader del settore, l’app multi-piattaforma WhatsApp, dichiara a fine 2013 che ha raggiunto i 400 milioni di utenti, di cui 190 giornalmente attivi, per un volume di messaggi scambiati di 10 miliardi al giorno, in tutto il mondo.


Nel 2013, Apple presenta iPhone 5S, che monta il SoC A7: è il primo chip mobile a 64bit in commercio.

Il concetto di telefonia è cambiato per sempre.

I cellulari che hanno fatto la storia

Finisce questa breve storia della radiotelefonia con una piccola lista dei dispositivi che, almeno in Italia, hanno avuto un successo strepitoso, contribuendo, di fatto, all’enorme penetrazione dei radiotelefoni nel nostro Paese.
Alcuni di essi, rivisti oggi a distanza di tanti anni, fanno sorridere; altri, sono incredibilmente ancora attuali. Altri ancora, furono talmente ‘innovativi’, per l’epoca, che alcuni loro concetti possono essere visiti ancora oggi nei moderni smartphone.

Motorola MicroTAC


Commercializzato negli USA il 25 aprile del 1989, può essere classificato come il primo telefono mobile veramente ‘portatile’, dall’autonomia decente e dalle caratteristiche estetiche che fecero scuola per tutto il decennio degli anni ’90.
La prima versione è stata la 9800X, su rete TACS, a cui seguirono una considerevole serie di modelli perfezionati, ma di aspetto praticamente simile.
L’ultimo modello della serie commercializzato fu l’8900, che lavorava su rete GSM in dual band (900 o 1800 MHz).
Design compatto, storico sportellino copri-tastiera ruotabile, che includeva il microfono, antenna estraibile e circa 250g di peso, inclusa la pesante batteria in Ni-Cd da 6V e 700 mAh (era un pacco-batterie, in effetti).
Era disponibile, tra gli accessori, anche un’adattatore per utilizzare comuni AA usa e getta, in caso di emergenza (cosa che sarebbe improponibile, ai nostri tempi!).
In effetti, di ‘micro’ il telefono aveva ben poco, almeno paragonato agli standard attuali, ma se consideriamo che il primo cellulare assoluto di Motorola (ed il primo nella storia), ovvero il DynaTAC pesava qualcosa come 1130 grammi… Il MicroTAC si poteva ben definire ‘micro’, ai tempi.
Dalla sua, comunque, aveva un design che piaceva, e la batteria era abbastanza capace per durare un paio di giorni (usandolo con parsimonia).
L’ultimo della serie, l’8900, fu dotato di una molto più affidabile e capace batteria agli ioni di litio da 1200 mAh.
Il display era a LED nel primo modello, ma poi fu soppiantato da uno in LCD (piccolo e monocromatico).

Molto popolare nei primi anni ’90, qui in Italia venne commercializzato dalla SIP nel 1993, nella versione ‘MicroTAC II”, su rete ETACS, mentre per la versione GSM toccherà aspettare il 1994 ed il MicroTAC International (il famoso 5200), ma il vero boom di vendite lo si ottenne con l’8700 nel 1995.

La cosa curiosa di tutta questa famiglia, è l’antenna estraibile: in realtà, non serviva assolutamente a nulla, visto che tutti i modelli erano dotati di antenna interna (e ben funzionante), ma per motivi di marketing di Motorola, l’estraibile fu lasciata sempre. Dava più l’idea di ‘telefono’, secondo gli spin-doctor dell’azienda statunitense. Come cambiano i tempi!

Telefono che ha senz’altro contribuito a far nascere la passione per la radiotelefonia nel nostro Paese... E un po’ in tutto il mondo, possiamo ben dirlo.
Vendette tantissimi pezzi, sia nel nord America che in Europa, e fu senz’altro un cavallo di battaglia per Motorola, agli albori di un mercato che era ancora tutto da conquistare.

Ericsson T28


Nella variegata storia della radiotelefonia per le masse, un po’ tutti concordano che tutti gli anni ’90 hanno avuto, come sottile ‘linea rossa’, che univa idealmente la produzione di tutte le aziende, la corsa folle alla miniaturizzazione dei dispositivi.
Sul serio, chi ha vissuto quegli anni, pionieristici in un certo senso, può assolutamente confermarlo: alla gente di allora, più il telefonino era ‘piccolo’ e 'compatto', e più piaceva. Era considerato sinonimo di ‘bellezza’ ed ‘usabilità’.
In realtà, nella corsa selvaggia al ridimensionamento, non c’era nulla di bello o di tecnologicamente vantaggioso, anzi: i micro-cellulari erano scomodi, dal display infimo e dalla ricezione spesso e volentieri pessima. Totalmente improponibili per i giorni nostri, in cui la parte telefonica dei dispositivi è considerata ‘accessoria’, e gli utenti invece puntano molto sulla fruizione dei contenuti.
Ma le aziende, si sa, non producono ciò che è migliore, ma ciò che il mercato vuole.
Ed il mercato, al tempo, voleva cellulari piccoli e compatti.
Quindi, verso la fine del millennio, sia Motorola, che Nokia ed Ericsson (le maggiori produttrici mondiali, al tempo), si stavano facendo una guerra spietata a ‘chi ce l’aveva più piccolo’.
In un’epoca dove sfornavano modelli sempre più minuti ogni 3-4 mesi, nel 1999 Ericsson lanciò sul mercato quello che, per i tempi, era indubbiamente il radiotelefono più microscopico del mondo: di 15mm di spessore, dal peso irrisorio di 81 grammi e dalla micro-antenna (non estraibile), il T28 è un enorme successo planetario.
Ovviamente, qui in Italia, la gente impazzì per il design del dispositivo, ritenuto veramente ‘quanto di più piccolo si potesse proporre’.

Con zero integrazioni hardware, tipo videocamere o schermo a colori, come voleva la moda dell’epoca, il T28 è piccolo, ma monta una bella batteria agli ioni di litio di 500 mAh, che gli permette un’autonomia considerevole anche ai giorni nostri: circa 200 ore di standby, tantissimo!
Ericsson comincia a dotare i suoi cellulari di funzioni per così dire ‘avanzate’, ed il T28 è uno dei primi cellulari a permettere l’invio di fax e di email, grazie al modem esterno, opzionale (si collega in GPRS), che però non permette la navigazione direttamente da cellulare (è necessario interfacciarsi tramite infrarossi al computer).
All’epoca, era una già un qualcosa di ‘oltre’, per l’utenza media.
Da sottolineare anche uno dei primi display grafici della storia: non era niente di eccezionale, ma lo schermo poteva visualizzare qualcosa oltre alle solite lettere ed ai soliti numeri.

Fu commercializzato in quattro versioni, tutte GSM, alcune operanti in dual band 900/1800 MHz (il T28s), altre solo in 1900 MHz (T28z, solo per gli USA), quella mondiale in 900/1900 MHz e quella solo per il mercato cinese, col firmware in ideogrammi, chiamata T28sc.

Come tutti gli altri cellulari di fascia alta, veniva tantissimo, al suo lancio: c’è chi lo pagò oltre £ 1.500.000, che era un prezzo coerente ai top di gamma di Nokia e Motorola, del resto.

Il telefono, sebbene veramente eccezionale dal lato del design e dell’estetica, fu totalmente deprimente in tutto il resto: firmware indecente, lentissimo e di bizantina usabilità, ricezione pessima anche in ambienti con ottimo campo, costruzione dei materiali di misera qualità
Tipico era il caso del flip copritastiera, che solitamente non arrivava a sei mesi di vita.
Diciamo però che tutto il cellulare, a ben vedere, non arrivava ad un anno di vita, visto che erano numerosissimi i casi di morte istantanea del dispositivo, con l’unica opzione possibile, la sostituzione.
Lo stesso scrivente, esasperato dai continui problemi del telefono, lo buttò in una scatola in un armadio, correndo ai ripari e ripiegando su un più tozzo, ma decisamente più affidabile, Nokia 3310.
I problemi del T28 mandarono quasi in bancarotta Ericsson che, cercando disperatamente di riguadagnare la fiducia dei consumatori, sostituì l’ignobile T28 con il T29, più massiccio ma decisamente più affidabile. 
Il danno comunque, era ormai fatto, ed Ericsson vide la sua immagine irrimediabilmente compromessa
Finirà per formare, nella metà degli anni 2000, una holding con Sony (la Sony-Ericsson), ma finirà per essere inglobata totalmente (e sparire dalle scene) nel 2012, quando il gigante giapponese rilevò tutte le quote degli svedesi, pagandole neppure 2 miliardi di dollari.
Inglorioso, per una società che comunque, è stata parte della storia della radiotelefonia.

Nokia 5110


Signore e Signori, tanto di cappello al primo, vero, cellulare di larghissimo consumo della storia.
Un modello di telefono mobile che, possiamo ora dirlo dopo oltre 15 anni dalla sua commercializzazione, ha cambiato le regole generali della radiotelefonia, e l’ha fatta diventare da ‘status per pochi’, a ‘tecnologia per le masse’.
Presentato nel 1998, esteticamente non era rivoluzionario, anzi: design massiccio, però incredibilmente compatto per l’epoca, antenna fissa (piccolissima), ampio e luminoso display monocromatico, con matrice grafica (uno dei primi ad implementarla).
La forma era la tipica ‘a mattone’, sebbene molto leggero, per i tempi.
Aveva tutte le caratteristiche che sarebbero poi diventate un classico di Nokia, quali: il pulsantone tuttofare centrale, un menù grafico di facile accesso e facile consultazione, una ricezione della chiamata veramente eccezionale.
La batteria, sebbene ancora in Ni-MH, era ben sfruttata dal telefono, che aveva medie in stand-by di 400-450 ore (e le faceva veramente tutte).
Novità sul fattore personalizzazione: per la prima volta nella storia della telefonia mobile, è possibile cambiare la cover al cellulare, semplicemente e con poca spesa.
Questo fatto, unito ad un numero pazzesco di cover colorate disponibili (ufficiali Nokia, o compatibili), lo farà diventare estremamente popolare tra i giovani.
Come software in dotazione, poca roba, essenziale: un orologio, una sveglia e tre giochini senza pretese. Uno dei tre, diverrà un successo strepitoso in tutto il mondo: Snake.
Invio e ricezione SMS completano l’offerta che il dispositivo può dare.

Come si è intuito, era tutto tranne che un cellulare multi-funzione e di alta fascia, ma aveva un grandissimo pregio: costava pochissimo, per l’epoca.
Poteva essere comperato per meno di £ 300.000, in un periodo dove la fascia medio-bassa dei cellulari, non scendeva sotto le £ 6-700.000.
Con le offerte ricaricabili di TIM e Omnitel, poi, era alla portata anche dei ragazzi.
Il successo fu enorme, e aprì le strade alla diffusione capillare dei radiotelefoni nel nostro Paese.

Non aveva nulla di straordinario, e vendendolo ora, non era tutta questa bellezza. Ma funzionava bene e costava poco.
All’epoca, questo alla gente bastava, per decretarne il successo.

Nokia 8910


Nel 2002, pressoché all’apice del suo potere totale e totalitario, Nokia piazza un colpo tremendo che squassa il mercato, già dominato, e la classifica ufficialmente come ‘l’inarrivabile’.
È il Nokia 8910, che passerà agli annali come uno dei cellulari più bramati ed ambiti di tutti gli italiani (e non solo!).
Carissimo, il prezzo variava da negozio a negozio, ma difficilmente si poteva acquistare, nei primi mesi dal lancio, a meno di £ 1.200.000. Il prezzo poi diminuì leggermente con l’ingresso dell’Euro, ma a fine 2002 ancora non si poteva acquistare per meno di € 550-600 circa.
Il concept ed il design erano rivoluzionari: la tastiera aveva sempre un flip, che però non ruotava di 90°, ma ‘scivolava’ dabbasso, allungando quindi le misure del telefono quando era in chiamata (o quando l’operatore inviava un messaggio).
Scocca interamente in titanio, linee armoniche e bel display monocromatico luminosissimo (diventerà poi a colori nella versione migliorata uscita nel 2003), lo rendevano davvero un cellulare di altissima gamma.
Il costo elevato, comunque, ne ha sempre impedito una diffusione capillare; ma essendo l’8910 un cellulare top level, ciò era considerato normale.


Con questo modello, grandi novità per la connessione: è un dual band 900/1800 MHz, ha un’antenna GPRS e si può connettere all’Internet sfruttando il protocollo WAP.
Ha anche un browser integrato nel Symbian per le pagine web (abbastanza osceno, ma all’epoca molto innovativo), e possiede anche un’antenna Bluetooth.
Come già accennato, nel 2003 uscì la versione migliorata e potenziata, l’8910i, con display a colori, Java Virtual Machine installata, supporto MMS e batteria più capiente
Veniva circa 900 Euro, rendendo quindi (al paragone) l’iPhone un telefono per poveracci.

Benché veramente ottimo, il telefono soffriva del difetto caratteristico dei cellulari di quel periodo, ovvero… La piccolezza.
Tasti microscopici e display luminoso ma piccino lo rendevano bello da vedere, ma scomodissimo da usare (per mani di dimensioni adulte, e non bambine).

Fu comunque un grande cellulare che, sebbene veramente costoso, fu la punta di diamante per Nokia per molto tempo, e fu preso come misura di paragone per l’alta fascia dei dispositivi all’epoca in commercio.

Motorola StarTAC


All’apice del suo successo e della sua fama, nel 1996 la Motorola immette sul mercato una nuova gamma di prodotti della famiglia TAC, stavolta con mire di vendita ben differenti dalla serie Micro.
I costi di produzione si erano abbassati, la circuteria era migliorata, si poteva quindi ‘osare un po’ di più’.
Venne quindi lanciato in pompa magna, dapprima sul mercato americano, il primo cellulare della famiglia StarTAC: piccolissimo, sottilissimo ed il primo con design ‘a conchiglia’, in breve si rivelerà un gigantesco successo planetario.
Non a caso, la famiglia degli StarTAC fu l’unica a competere, più o meno alla pari, con l’armata micidiale della Nokia, e la sua serie 33XX. 

Design piatto, batteria intercambiabile in maniera ultra-rapida (disponibile anche in versione ad alta capacità), buona ricezione e concept a ‘conchiglia’ assolutamente geniale, ne fanno in poco tempo uno dei cellulari più amati e venduti in tutto il mondo.
Prodotto in una grande quantità di modelli, come tradizione Motorola, in Italia abbiamo avuto le versioni ETACS e GSM.
Per le versioni digitali, si partì dallo StarTAC 70 a 900 MHz, fino agli ST, che potevano ricevere segnali GSM dual band ed anche il CDMA.

Forse le versioni più popolari, in Italia, furono lo StarTAC 75 e il 130.
Disponibile in varie colorazioni, oltre alla classica nera e grigia metallizzata, era in commercio anche la rara, ma molto elegante, blu scuro.

Forse l’ultimo grande successo globale di Motorola, prima del suo lento ma inesorabile declino.
L’ultimo (davvero ultimo) ‘colpo fortunato’ dell’azienda americana, sarà il RAZR V3 del 2005, che ne riprenderà parzialmente il design e la chiusura a conchiglia.

Tra i difetti, uno in particolare: un firmware indisponente, con bug fastidiosissimi e ridicoli (tipo la famosa impossibilità di richiamare un numero dalla rubrica per mandare un messaggio, pazzesco!).
Purtroppo, Motorola non penserà mai a sviluppare un OS dedicato ad i suoi dispositivi, e questo influirà in maniera nefasta sul futuro della compagnia.

Anche questo cellulare, all’epoca della sua uscita, era caro indiavolato: circa £ 1.300.000 per il Motorola 130.

Motorola V3688


In piena isteria ‘piccolo è bello’, Motorola decide di rinnovare la linea dei TAC con l’ennesimo micro-cellulare, come la mania della gente imponeva all’epoca: il piccolissimo V3688.
Soprannominato confidenzialmente ‘dattero’ in Italia, per via della sua forma vagamente somigliante al dolcissimo frutto delle palme africane, fu anche lui un telefonino di fascia alta, dal prezzo proibitivo per i comuni mortali: al suo lancio nel 1999, si dovevano spendere quasi £. 1.400.000 per averlo.
Finalmente con un firmware mondato dai ridicoli bug dello StarTAC, che comunque era sempre obsoleto, il telefono era comunque in piccolo gioiello di design.
Carente dal punto di vista software, come detto veramente obsoleto, Motorola corse ai ripari con la versione V50, che incorporava un sistema di scrittura rapido (non il T9, a cui Motorola non aveva aderito per non pagare royalties), i comandi vocali e un browser WAP.
Poca roba, e soprattutto vecchia.
Il telefono vendette bene, ma quasi esclusivamente grazie al design e alla ‘moda’ del periodo di miniaturizzare tutto.

Nokia 9000 Communicator


Nel 1997, mentre Apple Computer si sbatteva, senza successo, per far capire al mondo la bontà del suo Apple Newton, la finlandese Nokia pensava di copiare tutte le cose buone del dispositivo made in Cupertino, ridimensionarne costo e misure, piazzarci dentro tastiera ed antenna, e rivenderlo come primo ‘smartphone’ al mondo.
In effetti, Il Nokia 9000 Communicator era davvero uno smartphone, ed era anche ben messo, come connettività (per l’epoca): porta IrDA, modem incorporato, fax, email e, soprattutto, un vero OS (lo storico Geos) che permetteva la gestione dei documenti personali diretta e potente.

Due schermi, per un design che si apriva ‘a libretto’, veramente comodo: il primo display esterno, classico da cellulare, abbinato ad una comune tastiera a 12 tasti.
Il secondo, di ben 640X200 px, interno al dispositivo, che faceva il paio con una tastiera QWERTY completa.
Onestamente, all’epoca, era quanto di meglio si potesse volere da uno smartphone... Anzi, era il solo smartphone! 
Era ovviamente la serie business della Nokia, pensata per il manager sempre connesso, ed i prezzi pure erano business: oltre £. 1.700.000.

Il difetto principale di questo telefono, oltre al costo fuori scala, era anche dato dal peso: era bello ricco di connessioni e funzionalità, ma per alimentare quello schermo enorme, in un tempo in cui le batterie al litio ancora non erano state commercializzate, serviva peso e potenza… Oltre 400g!!!

Da questo modello in poi, Nokia punterà a migliorare la serie di versione in versione, fino ad arrivare, nel 2004, all’eccezionale 9500; un modello veramente ottimo, con Wi-Fi, GPRS, EDGE, connessione USB, Bluetooth, un processore ARM da 150 Mhz e ben 64 MB di RAM, con ROM da 128 MB (espandibili per altro con schede MMC).

Quando la serie dei Communicator sembrò raggiungere l’apice, con il potentissimo E90, Apple irruppe sul mercato con iPhone, decretando quindi la morte della storia serie business dell’azienda finlandese.
Un peccato, ma il progresso fa sempre le sue vittime.